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Edoardo Bennato: le mie sono solo canzonette

 
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Inviato: Sab Nov 25, 2017 6:52 am    Oggetto: Ads

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Pendaglio da Forca
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MessaggioInviato: Gio Giu 24, 2010 3:35 pm    Oggetto: Edoardo Bennato: le mie sono solo canzonette Rispondi citando

Edoardo Bennato: le mie sono solo canzonette, ma quanto fastidio hanno dato




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«Tutte le mie canzoni nascono in inglese, ma per un italiano che fa rock’n’roll l’unica possibilità che esiste per non sembrare la pallida copia di un angloamericano è lavorare molto sui testi. Ed è esattamente quello che ho fatto nei brani del mio nuovo album, Le vie del rock sono infinite»

A un passo dai quarant’anni di carriera (il primo disco è del 1973), Edoardo Bennato non ha perso il gusto di raccontare il mondo a modo suo, con ironia feroce e disincanto, fedele al suo ruolo di cantautore non allineato, di «burattino senza fili» della musica italiana.

«Dopo sette anni di blackout, mi è venuta voglia di esternare. Nel disco parlo dei soldati italiani in Afghanistan, nell’inferno di Kabul e, per contrasto, di chi mette in scena la rivoluzione nel teatrino di un centro sociale. L’altra faccia del cd è rappresentata da È lei (vedere il video registrato in esclusiva per la versione di Panorama» su iPad, ndr), il ritratto tenero di una bambina che nasce nel Terzo mondo. Mi è piaciuto immaginare che la sua povertà le dia un vantaggio, più leggerezza e più coraggio per cambiare il pianeta»

Una ballata rock che ha riportato il cantante nelle zone alte dell’airplay radiofonico.

«Mi fa piacere passare in radio nel 2010. Mi ricorda i tempi duri del mio esordio con Non farti cadere le braccia. Quelli della casa discografica mi stroncarono così: “I responsabili Rai dicono che hai una voce sgradevole e sgraziata. Non vogliono mandare in onda le tue canzoni e, senza l’aiuto della radio, come facciamo a vendere i dischi?”»

Una porta in faccia che avrebbe stroncato molti, ma non Edoardo Bennato.

«Sono abituato a lottare per farmi sentire. Ieri come oggi. Allora, senza più niente da perdere, mi misi a suonare sui marciapiedi intorno al Teatro delle Vittorie, a Roma.

Fino a quando non venni notato da alcuni giornalisti che segnalarono il mio nome agli organizzatori del Festival di Civitanova Marche, una sorta di lobby della cultura alternativa degli anni Settanta. C’erano Franco Battiato, Claudio Rocchi.

La svolta è avvenuta lì: dopo la mia esibizione non ero più un signor nessuno, ma il cantante della rabbia e dell’insoddisfazione giovanile. Insomma, gli intellettuali, bontà loro, mi avevano concesso il patentino per continuare a fare questo lavoro»

Sempre nel nome del rock’n’-roll:

«Quella del rock è l’unica bandiera che alzo con orgoglio. Perché è sinonimo di energia, voglia di cambiare, provocazione, rifiuto dei moralismi. Lo dico adesso, ma l’ho sempre sostenuto anche quando intorno a me sventolavano minacciose le bandiere della politica»

Chiaro il riferimento agli anni Settanta, quando Bennato venne messo all’indice dalle frange estreme che lo accusavano di vendere troppi dischi. E non solo…

«Per gli estremisti dei Settanta ero “un compagno che sbagliava”. Il mio rammarico è che non esistono filmati in grado di documentare quello che è successo davvero in quel periodo. Io ho vissuto sulla mia pelle le angherie di una minoranza intrisa di ideologia.

Parlo degli autonomi, di quelli che mi gridavano alle spalle: “Bennato, Bennato, il sistema ti ha comprato”. A me, che facevo pagare il biglietto d’ingresso 1.000 lire e che giravo l’Italia in furgone, senza un impresario, accompagnato dai miei vicini di casa di Bagnoli, che nel frattempo erano diventati il mio staff.

Per anni, abbiamo dovuto difenderci, anche fisicamente, da gente che menava le mani se ti incontrava con il Corriere della sera sottobraccio. Però si sentivano buoni, difensori sinceri delle masse deboli e oppresse»

Mentre le dita scorrono veloci sulle corde dell’inseparabile chitarra acustica, riaffiorano i ricordi di una vita, che come dice nel brano d’apertura (Mi chiamo Edoardo) dell’ultimo disco «non è mai stata facile, ma benedico il giorno in cui iniziai a ribellarmi alle regole».

Anche a quelle non scritte per cui un cantautore impegnato non può permettersi certe scelte artistiche. Tipo aver duettato con Gianna Nannini sulle note di Un’estate italiana, l’inno dei Mondiali di calcio del 1990.

«Ricordo ancora la faccia schifata di un giornalista che mi prese da parte per dirmi: “Edoardo, eri un mio idolo, per tutti quanti noi sei stato un idolo. Ma quando ti abbiamo visto sgambettare su un campo di calcio con la Nannini, beh, in quel momento è crollato un mito”»

Parole difficili da digerire per uno come lui che riesce a dire cose importanti e scomode, con la sottile arte dell’ironia.

«In quarant’anni di palcoscenico e interviste ne ho viste di tutti i colori. Per questo, in uno dei nuovi brani, Vita da pirata, mi descrivo come uno che ha solcato i sette mari, nella scia delle sirene, con gli squali alle calcagna»

E, in mezzo alla lunga traversata, è anche successo di dare e prendere cazzotti nel mezzo di un concerto.

«A Pesaro, nel 1977, è andata in scena una battaglia micidiale. Mentre stavo suonando hanno fatto irruzione nel Palasport una trentina di autonomi con il fazzoletto sul viso e il pugno alzato. Avanzavano rapidi verso il palco. Erano imbestialiti, volevano sfasciare tutto.

A quel punto ho chiesto ai tecnici di accendere le luci, in modo da individuarli più facilmente. Il mio staff, fatto di gente cresciuta in strada a Bagnoli, decide di affrontarli. Volano mazzate mai viste, calci, pugni e bastonate. Io osservo tutto dal palco, poi mi tuffo a volo d’angelo e inizio a menare le mani.

In pochi minuti li respingiamo con il sostegno dei 3 mila presenti che ci chiedono a gran voce di farli a pezzi. Siamo salvi»

Passato remoto. «Oggi i concerti sono una festa» sottolinea, mentre con la chitarra improvvisa un giro che sembra preso da una canzone di Elvis Presley.

«Lui è stato la scintilla da cui è partito tutto. Ma a me la clonazione per clonazione non interessa. E, allora, da un pezzo alla Presley ho creato per Le vie del rock sono infinite un testo filastrocca che fa: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra. E allora… Wannamarkilibera, Wannamarkilibera”»

Un auspicio?

«No, solo l’ultima provocazione. Un lusso che io mi posso permettere. Guai se lo facesse un esordiente. Oggi va molto l’usa e getta. Se un artista non funziona subito, viene rottamato. Spesso senza incentivi»

* gianni.poglio
* Lunedì 21 Giugno 2010
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