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L'Italia vista dalla musica

 
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MessaggioInviato: Mar Dic 01, 2009 10:59 am    Oggetto: L'Italia vista dalla musica Rispondi citando

L'Italia vista dalla musica



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Una foto del concerto dei Rolling Stones del 1982 a Torino

Dal pop ai cantautori, le tendenze che hanno segnato le scelte giovanili di due generazioni

BRUNO RUFFILLI

TORINO
Non corrono alla stessa velocità, il rock e la storia. Quando l’Italia faceva i conti con l’austerity, Leonard Cohen suonava le sue canzoni d’amore alla Sapienza di Roma. Negli anni Ottanta edonisti e spensierati, gli Smiths raccontavano le difficoltà di crescere ai tempi di Margaret Thatcher. E nel 1994, mentre Berlusconi saliva al potere, le Posse passavano dai centri sociali alle classifiche.

Musicisti e cantanti hanno spesso anticipato i cambiamenti sociali: nei testi, nelle dichiarazioni pubbliche, nei loro comportamenti sul palco e fuori. Elvis fu tra i primi a incidere musica per i giovani, poi arrivarono i Who di «My Generation», i Beatles, Rolling Stones. E con Jagger e compagni si apre e si chiude il libro di Carlo Massarini: tredici anni ripercorsi in immagini e parole, da un concerto a Londra nel 1969 fino alla show torinese del 1982 per la finale dei mondiali di calcio. In mezzo scorrono i mille volti del rock e del pop.

Gli abiti del rock
Così, se Mick Jagger è ad Hyde Park, insolitamente sobrio in pantaloni bianchi e canotta lilla, intorno a lui è declinato il repertorio estetico dei tardi anni Sessanta, con gli inevitabili richiami all’India. Poi arrivano in Italia i Jethro Tull, e barbe lunghe e capelli incolti e lunghi cappotti in geometrie scozzesi. Ma il rock è tutto e anche il suo contrario, come mostrano appena poche pagine dopo (e un anno più tardi) i Roxy Music, con Bryan Ferry elegantissimo in tuxedo bianco e papillon nero. Nello stesso periodo sulle onde radio italiane, terminata l’avventura di «Bandiera Gialla» di Arbore e Boncompagni, è la volta di «Per Voi Giovani», con le novità dai due lati dell’Oceano: Led Zeppelin e Crosby, Stills, Nash & Young. È il momento del concept album, un'opera complessa dedicata a un unico tema, svolto anche su due o tre ellepì.

Impegno a tutti i costi
C’è la musica dei cantautori, dove a vincere è la parola, il messaggio: pochi fronzoli, arrangiamenti scarni, testi politici. Esce «Questo piccolo grande amore» di Baglioni, però i giovani impegnati gli preferiscono Venditti e De Gregori, oppure i classici (De André, Guccini, Dalla). Sono anni di eskimo, di dibattiti, di nebbie e manifestazioni femministe, ma pure di scoperta del folk e delle radici popolari della musica.

E intanto dall’Inghilterra dilaga il rock progressive, che da noi sfonda prima che in patria. Cita la musica classica, ma con in più un’inedita attenzione per gli aspetti teatrali dello show, i giochi di luce, le maschere. I nomi: Genesis, su tutti, poi Van Der Graaf Generator, Yes, Emerson, Lake e Palmer, King Crimson, Gentle Giant e mille altri.

Voglia di muoversi
Ballare, non si balla, almeno finché non arriva il ‘77: contemporaneamente esplode il punk nel Regno unito, negli Usa sfonda il reggae di Bob Marley, a New York trionfa la disco. In Italia, Edoardo Bennato pubblica «Burattino Senza Fili», Pino Daniele «Terra Mia». E’ la rottura con i mostri sacri del rock, una rivoluzione all'insegna della libertà di espressione, ma allo stesso tempo la prima presa di coscienza che esistono altre culture e altre musiche: dopo «Sympathy for The Devil», l'Africa entra nelle canzoni dei Talking Heads e di Peter Gabriel, il reggae in quelle dei Police. E' anche il ritorno del corpo, messo in secondo piano fino ad allora, poi fieramente esibito nello Studio 54 e nelle tante discoteche che nascono all'alba degli anni Ottanta. I Village People aprono la strada, ma con Grace Jones il trionfo dell'apparenza è totale: vende immagini, suggestioni, non più canzoni. Gli Ottanta sono dietro l'angolo, e in una nuvola di lacca per capelli arriva il movimento New Romantic, quei Duran Duran che sulla scala evolutiva del pop vengono dopo David Bowie e prima dei Take That.

La conquista della tv
Con loro arriva anche «Mister Fantasy», il programma di Massarini che dal 1981 al 1984 racconta l’avvento dei videoclip e della cultura della televisione, mettendo insieme pop e avanguardia sotto un titolo rubato ai Traffic. La grafica di Mario Convertino, gli esperimenti di Laurie Anderson, il jazz mutante di Donald Fagen, gli esotismi di Battiato, il nuovo corso dei Matia Bazar: c’era uno spazio per ognuno, tra il tg della notte e l’alba.
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